Come sono cambiati i nonni

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DA UN MIO ARTICOLO DI FOCUS STORIA ANNO 2016

Secondo gli stereotipi in circolazione fino a pochi anni fa, le nonne erano quelle che facevano le tagliatelle e andavano in chiesa alla domenica; i nonni quelli che raccontavano storie e portavano la legna per scaldare vecchie case di campagna. Oggi sappiamo che non c’è nulla di più distante dalla realtà. I nonni, secondo le più recenti analisi sociologiche, sono infatti quelli che si godono la pensione – talvolta pagando affitti, rate del mutuo e spese di asilo di figli e nipoti. E se sempre meno donne anziane stendono pasta fresca fatta in casa, aumenta il numero di chi, superati i 70 anni, si iscrive a corsi di pilates e si avventura in iperboliche sessioni di informatica, maneggiando Skype, WhatsApp e Facebook. Cosa resta dunque di quell’immaginario e com’è cambiato il ruolo dei nonni nella nostra società in vorticosa trasformazione?

Vizi privati, pubbliche virtù. Innanzitutto occorre precisare una cosa: la categoria sociologica dei nonni è molto recente, appartiene infatti alla società moderna, industriale. Nel nostro paese tutto cominciò nell’Ottocento quando si diffusero nelle città i nuovi valori delle nascenti elìte borghesi. Il paese si stava poco alla volta trasformando e le famiglie più in vista si diedero un gran da fare a rivisitare in chiave moderna lo stile di vita nobiliare: fatto di bon ton, ricchezza e perbenismo, amalgamato però con i nuovi valori importati dalla Francia, dove la borghesia aveva fatto la Rivoluzione: intraprendenza economica, libertà, rispetto dei diritti individuali e soprattutto separazione della sfera pubblica da quella privata: la famiglia smetteva una volta per tutte di essere decisa a tavolino e diventava sempre di più una faccenda di cuore.

E i nonni? Loro si ritagliarono una nicchia che prima non avevano:  “Il loro ruolo essenziale nelle nuove famiglie era l’istruzione dei nipoti. Almeno all’inizio dell’800 prima che in Italia nascesse la scuola pubblica obbligatoria per tutti. La loro funzione era poi trasmettere i valori familiari e le regole del vivere sociale” precisa Elena De Marchi autrice con Claudia Alemani di Per una storia delle nonne e dei nonni (Viella). “Il nonno borghese trasmetteva infatti i valori della morale pubblica, la nonna quelli religiosi. Non solo: a lei spettava anche il compito di tramandare il sapere della famiglia e della casa, le tradizioni e le norme di comportamento femminili” .

Manuale di galateo. Ieri come oggi essere donne però non era facilissimo. Ed essere nonne, men che meno. Il fatto di indossare la gonnella implicava infatti a una rigidissima etichetta. “Una donna che è nonna, rinunzi pure a tutte le velleità di conquista, anche se è ancora giovane” recitava un manuale di galateo di fine Ottocento. “Adotti un costume severo, non balli assolutamente più, infine si astenga da tutto ciò che può destare un riso di scherno sul labbro di chi la osserva”. “La cosa non stupisce” precisa la storica. “In Italia una rivoluzione borghese non ci fu mai e i valori che si diffusero furono ibridi: si trattò molte volte di una semplice riattualizzazione dei clichè nobiliari”. Questo modello era ben rappresentato dalla nonna paterna di Leopardi: Virginia. Rimasta vedova del conte Giacomo (senior) a soli 25 anni, rifiutò altri pretendenti. E visse nel piano superiore del palazzo del poeta a Recanati. Giacomo (junior) e i fratelli vi salivano con gioia, felici di trascorrere il tempo con lei tanto che nel 1810 (a 12 anni) il poeta le dedicò una poesiola. E l’anno dopo addirittura un lungo componimento.

Alla contadina. Per una famiglia altolocata che c’era, nel nostro Paese, ce n’erano però migliaia che vivevano in campagna dove le regole erano molto diverse. Lì i nonni non si limitavano a svolgere ruoli educativi, ma tenevano direttamente il cordone della borsa.

Nelle masserie del sud Italia e più ancora cascinali della Bassa padana a dominare era il modello di famiglia patriarcale: nelle regioni della cosiddetta “Bassa” in particolare, i nonni vivevano perlopiù nella stessa casa assieme ai figli e ai nipoti, ricoprendo ruoli di primissimo piano. La cosa è facilmente spiegabile: “Quando erano presenti e ancora abili al lavoro, erano loro la figura di riferimento dinanzi al proprietario della terra. Non solo: coordinavano anche il lavoro della famiglia sul podere” spiega la storica. “Questo fece si che detenessero il potere economico e materiale, avendo spesso l’ultima parola in diverse questioni: figli e nipoti inclusi”. La letteratura e il cinema li ha ritratti più volte. Erano il padron ‘Ntoni dei Malavoglia di Giovanni Verga o il nonno Anselmo del film l’Albero degli zoccoli di Olmi, l’ingegnoso contadino che sostituiva in gran segreto, con la complicità della nipote Bettina, lo sterco di gallina a quello di mucca come concime, riuscendo a far maturare i suoi pomodori un mese prima di tutti gli altri. Un nonno affettivo, molto amato, ma soprattutto molto rispettato.

Qualcosa è cambiato. Il fascismo non è stato clemente con i nonni. Probabilmente per la scarsa tonicità dei muscoli divenuti anziani. O per il non più gagliardissimo spirito battagliero. In ogni caso, a partire dal Ventennio, i nonni sembrarono passare un po’ in cavalleria: il Novecento fu infatti piuttosto l’età dei padri. Le nonne si chiusero in cucina a fare le tagliatelle e i nonni divennero cantastorie, responsabili di tramandare le usanze e le tradizioni popolari, niente di più. Presenze affettive nella vita dei nipoti, prive però di quell’autorevolezza guadagnata sul campo nel corso dell’800. “Gli equilibri erano però destinati a cambiare ulteriormente con la metà del Novecento” precisa la storica “Grazie alle conquiste del femminismo, le donne si liberarono in parte del loro ruolo di casalinghe a tempo pieno ed entrarono nel mondo del lavoro”. Loro malgrado però trovarono un welfare insufficiente. E fu così che tornarono in soccorso i nonni che si riguadagnarono nuovamente un ruolo di attori di primissimo piano.

Non è un caso se alla fine degli anni Settanta in America è stata addirittura istituita una festa a loro dedicata: si era capito che il loro ruolo sociale (ed economico) era importantissimo. E che l’emancipazione femminile, in assenza di uno stato sociale forte, passava attraverso il sostegno delle generazioni più anziane, meglio remunerate.

Non senza qualche ambivalenza: se i valori di oggi vorrebbero anziani tonici, atletici e performanti fino ai 100 anni tanto che sono sempre più gli over 70 che si iscrivono in palestra, i perduranti cliché del secolo scorso prevedono ancora nonni accudenti come chiocce. E nonne, loro malgrado, ancora con la gonna rigorosamente sotto il ginocchio.

 

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