Cosa insegna Charlie Chaplin ai bambini

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Sto leggendo l’autobiografia di Charlie Chaplin. Uno di quei libri che ti rapiscono. Che hanno quella strana magia che fa si che tu al mattino, quando ti svegli, già pregusti il momento in cui tutti dormono e potrai accendere la lucina. E nel silenzio della casa, immergerti in un viaggio meraviglioso, tra spettacoli di circo, di varietà, buffe comparse, vagabondi e grandi dittatori.

Leggendolo, una cosa mi ha colpito e vorrei condividerla con voi. Prima di dar vita al celebre personaggio che poi l’ha reso celebre, il vagabondo – the tramp (1915) – Chaplin ha sperimentato diverse discipline: è stato attore di varietà, di cabaret, di teatro e ha conosciuto – impensabile a dirsi – anche l’umiliazione di fischi e di bucce di arancia lanciate sul muso. L’avreste mai detto? Io no. Per me è sempre stato un mostro sacro del del cinema. Nella mia mente , semplicemente Charlie Chaplin era nato “mostro sacro”, non lo era diventato.

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E invece mi sbagliavo. E proprio questo è il messaggio su cui ho riflettuto e che credo sia importante dare ai bambini: il valore inestimabile del fallimento. Della caduta. Della sconfitta. Non quella narcisistica, in cui si resta a terra, a volte con un po’ di compiacimento. Ma quella costruttiva che ti aiuta a capire che ogni fallimento è un’occasione per ripartire, migliori di prima. Come ha fatto Chaplin, che prima di girare un film per me epico come Luci della città, ha vissuto una vita tutta in salita. Ma proprio tutta. Ha avuto fischi, umiliazioni, abbandoni. Un’infanzia tremenda, in una famiglia disastrata. Povera, sconnessa. Ma non per questo si è arreso. Anzi, forse è stata questa la sua fortuna, chissà. La sua storia sembra essere la conferma dei versi di De Andre: dal letame nascono i fiori. Di sicuro dal fango delle sue prime esperienze è nato un genio, romantico, ribelle, con un’umanità sconfinata. Un poeta della settima arte. La cui vita dovrebbe essere raccontata a ogni bambino, così come dovrebbero essere fatti vedere i suoi film.

Vi saluto col discorso all’umanità del Grande dittatore uscito nelle sale in anno orribile per la storia del mondo, il 1940.

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«Mi dispiace, ma io non voglio fare l’imperatore. Non voglio né governare né comandare nessuno. Vorrei aiutare tutti: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo unirci, aiutarci sempre, dovremmo godere della felicità del prossimo. Non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca e sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato».

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